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Chiara Rosenthal

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chiara rosenthal

Laureata in storia del teatro (DAMS) Chiara Rosenthal inizia già da bambina a danzare frequentando la scuola diretta da Susanna Egri, per poi perfezionarsi all’Ecole-Atelier Rudra Bejart di Losanna.
Nel 1998 vince gli Incontri Nazionali di Danza (CNID) con una sua coreografia intitolata Polvere e viene selezionata per rappresentare l’Italia agli Incontri Europei di Coreografia a Lisbona.
Partecipa come attrice, danzatrice e coreografa a diverse produzioni teatrali Teatro S.Carlo di Napoli e Teatro Regio di Torino, Compagnia Egribiancodanza, Piccolo Teatro di Milano, Progetto Cantoregi, A.I.E.P. di A.Vidach, Teatro Ensemble, Blusuolo, Teatro dei Due Mari, Olimpiadi della cultura, Missioni Don Bosco, Associazioni Didee.
Invitata in numerose manifestazioni a presentare i suoi lavori Festival Interplay, serata di beneficenza per la Croce Verde di Torino, Natale a Taormina, gala per il BNL FILM FEST, Fondazione Mazzullo, Festival Internazionale Locale di Maschere Barocche, gala per VIVA, Una settimana per la danza nel Mediterraneo, Specchio delle mie brame, Cortina Natura e Cultura, Salone del libro e del vino di Giardini Naxos, serata di beneficenza per APICE, Danzaiportici, INSOLITI Festival Internazionale di corti di danza d’autore e Il gesto e l’anima rassegna internazionale di danza e arti integrate, coreografie per la mostra Fare gli Italiani curata da STUDIO AZZURRO, produce Last number per FONDAZIONE TPE e PIEMONTE DAL VIVO, progetto Cantoregi per LA FABBRICA DELLE IDEE.
Conta fino ad oggi più di 23 opere di teatro-danza ideate e realizzate seguendo una propria linea indipendente.
Attualmente lavora utilizzando un suo originale metodo di insegnamento, il Metodo Rosenthal, che fonde insieme yoga, danza, arti marziali e teatro.

Gianduja, Giacometta E Gianduj8 tra passato, presente e futuro

I tempi che viviamo di forti e massicce migrazioni umane impongono un’educazione adeguata alla pace e all’integrazione a partire proprio dall’infanzia, che passa solo attraverso la fratellanza e l’unione dei popoli nel rispetto reciproco tra tutti i figli della comune Madre Terra.
Non può esserci reale integrazione con il nuovo diverso se prima alla base non c’è una reale valorizzazione e diffusione dei valori portanti che stanno alla radice di ogni cultura.
Ancora di più nell’era della globalizzazione bisogna che gli artisti si facciano detentori e portatori della tradizione popolare locale perchè questa nella miscellanea non vada dimenticata e persa.

Nel progetto che conduco ormai da alcuni anni, i bambini diventano i coreografi e al tempo stesso gli interpreti del canovaccio proposto, ispirato in questo caso alla tradizione popolare piemontese e teso al recupero e all’integrazione della commedia dell’arte.
Necessario per questo è un excursus nella storia, per ritrovare e riscoprire le tradizioni, vivendo meglio il presente e seminando le basi per un futuro più sereno e rigoglioso per tutti, nel rispetto della natura e dei suoi cicli; per capire l’importanza dei riti alla fonte delle radici antropologiche dei significati simbolici, allegorici e metaforici del teatro.
La scelta cade su Gianduja, che diventa così testimone di un passato ancora presente tra noi, di cui non siamo abbastanza consapevoli, ma che dobbiamo conoscere se vogliamo capire il nostro territorio e le sue tradizioni, per integrarlo con i nuovi ospiti che lo popolano e rivitalizzano: gli immigrati.

A scuola abbiamo immaginato con i bambini che il figlio di Gianduja, Giovannino sposi una ragazza africana incontrata a Torino e abbia da lei un figlio mulatto… Gianduj8!
Il nipote di Gianduja diventa quindi il simbolo della società multietnica in cui viviamo e che cambia. Come lui tanti Giandujotti nascono e crescono in città, vanno in skate, fanno parkour, rappano in italiano mischiando parole in piemontese, arabo, francese, inglese etc.. insomma dei piccoli poliglotti che a ritmo di “slang” promuovono una cultura di strada fortemente arricchita dalle (antiche ma nuove per noi) culture straniere con cui entrano in contatto. Da qui il collegamento con Giufà, la maschera siciliana, poi con Guha, quella araba e con Nasreddin Hoca, quella turca e le storie che tali maschere tramandano e rappresentano.
In questo modo si affronta un viaggio nel tempo e nello spazio, da Oriente a Occidente, attraverso le parole dei bambini testimonianza reale e concreta che l’integrazione non solo è possibile ma dà già i suoi frutti!

Questo spettacolo e le relative azioni laboratoriali che vi sottendono hanno proprio lo scopo di tutelare e valorizzare la cultura popolare mettendola in relazione con la realtà antropologica in continuo mutamento, senza per questo perderne il senso e i significati ma aprendosi al nuovo e al diverso che ci viene incontro.

Il nostro motto è allora: “Torino ha fatto il botto… è successo un 48: è nato un Gianduj8!

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