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Claudia Serra e la danza nel progetto Mus-e Torino

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Siamo andati a trovare Claudia Serra, coordinatrice artistica e artista di Mus-e Torino. Le abbiamo chiesto di raccontarci sulla sua visione della danza e sui percorsi utilizzati nei laboratori.

Da quando hai iniziato la tua collaborazione con Mus-e Torino?

‘ho cominciato a lavorare come coordinatrice artistica dagli esordi del progetto Mus-e a Torino nel 2001.’

 Perché hai cominciato a lavorare con Mus-e Torino?

‘Io avevo una esperienza che nasceva fuori da Mus-e ma che era comunque molto simile. In passato avevo lavorato con una scuola che si chiamava “Gruppo di Danza Contemporanea Bella Hutter” che negli anni 70 aveva portato la danza nelle scuole come risorsa sociale per l’inclusione dei bambini della prima e seconda immigrazione meridionale a Torino, con la scommessa che l’espressione corporea offrisse delle grandi possibilità come istrumento alternativo alla didattica tradizionale. Per aiutare a risolvere criticità che riguardavano la scarsa coesione del gruppo classe, il non rispetto delle regole e l’aggressività. La danza aiutava al  bambino che in queste condizioni si viveva come ‘svantaggiato’.

Lavorando sulle arti e con la danza particolarmente, si voleva portare questi bambini ad una piacevolezza scolastica che consentisse una capacità di apprendimento migliore. Quindi quando si è aperto il progetto Mus-e, il comune di Torino con cui io collaboravo da molto tempo, ha proposto alcune associazioni fra cui la mia e la mia figura per portare questi laboratori nel progetto per la prima esperienza a Porta Palazzo.’

Perché la danza?

‘Perché l’arte di movimento consente di portare fuori dai banchi e fuori da quelli che sono diciamo i canoni di apprendimento tradizionali. Con la danza si va oltre alle valutazioni del tipo: ‘chi è più bravo chi è meno bravo’, ‘chi ha più stimoli a casa chi ne ha di meno’. Invece in questo caso in palestra, senza scarpe e muovendoci insieme, siamo tutti uguali. Siamo tutti uguali anche maschi e femmine, siamo tutti uguali anche se di estrazioni sociali e di provenienza da mondi diversi. Quindi il fatto di lavorare con il corpo, che è un transfer importantissimo emozionale, ma al tempo steso di consapevolezza, permette di risolvere a mio avviso, e questa è la mia scommessa, quel diciamo grosso problema iniziale nelle scuole elementari, che è quello della composizione del gruppo classe. Cioè nel lavorare con il corpo in una dimensione corale, esplorando la relazione di contatto, la dimensione coreografica e usando la potenzialità della musica, si lavora molto sull’amalgama del gruppo classe ed è quello che rivelano e restituiscono anche le insegnanti. Questo processo è molto evidente nelle prime, dove i bambini sono tutti diversi e arrivano da percorsi variegati.’

 Cosa offrono i laboratori di danza ai bambini?

 ‘Il laboratorio porta la condivisione della diversità degli altri sia a livello relazionale che a livello visivo. Per esempio si tratta di guardare cosa fanno gli altri, come rispondi tu e come risponde un altro a un stimolo dato. Al tempo stesso, costruisci anche delle regole, e quindi porta anche questo tipo di processo. Le regole parlano del come si sta tutti insieme ma anche di come si porta il corpo. Qui si entra in merito sulla materia, quindi si lavora sulla percezione del corpo. L’altro grosso lavoro che si fa si focalizza sulla maniera in cui è fatto il corpo umano, capire che non c’è solo una pancia una bocca ma ci sono i muscoli, c’è una struttura profonda, c’è uno scheletro, c’è una relazione oculo-manuale, ci sono delle relazioni di coordinamento, etc. Poi, dopo aver strutturato e lavorato sul ‘chi sono io’ e ‘chi è il gruppo classe’, si lavora su ‘chi sono io quando mi esprimo’ utilizzando quelli che chiamiamo codici. Io uso pochissimi codici all’inizio ma gli uso. I codici sono per esempio la relazione spaziale, la distanza che devo tenere, la percezione visiva dello spazio totale che mi coinvolge, un codice è la flessione la distinzione, cosa vuol dire un arto disteso, un arto piegato e poi la dimensione coreografica, quindi fa riferimento a quando si sta insieme per arrivare a un progetto artistico, coreografico. Qui si esplorano le tante formazioni: la fila, la coppia, la memoria della distribuzione nello spazio… Questo è un aspetto che piace tantissimo agli insegnanti perché la concentrazione dinamica, ovvero il fatto di continuare a pensarti mentre ti muovi nello spazio, da una velocità e una elasticità che poi loro utilizzano e che riconosco. Quindi diciamo che sono pochi gli elementi che costituiscono il laboratorio, ma poi sull’identità del gruppo classe il laboratorio prende una sua autonomia. Alla fine dell’anno tutti sanno tenere una formazione, tutti sanno sostenere la colonna vertebrale, tutti sanno cos’è lo spazio interno, lo spazio esterno e tutti hanno sviluppato la memoria di una sequenza.’

In una lezione aperta del tuo laboratorio ho visto che usi anche i disegni. In particolare in quella classe c’erano disegni di statue fatte dai bambini e poi riprese nel movimenti, in che modo li hai usato?

‘Con i disegni delle statue l’obbiettivo era che i bambini partissero dall’idea dello scultore e che quindi la statua fosse una statua fatta di particolari… cioè che esplorassero come sono le mani, come sono le gambe .. e poi la statua veniva realizzata con i loro genitori, che loro portavano al centro dello spazio alla fine della lezione aperta.

Come hai visto, durante la lezione aperta li facevo cambiare di posizione ma partendo da un principio molto fisico, cambiando gli appoggi. Cioè non basta soltanto cambiare le statue, per cui faccio una smorfia prima e poi una smorfia dopo, ma io cambio la struttura fisica se il mio peso grava su questa o un’altra parte del corpo… quindi lavoro molto su un gomito, un ginocchio, la pancia… in modo da togliere questa dimensione bipede che abbiamo, capendo che io ho un corpo che è fatto da centro periferie e particolari.’

 

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